“SE ANCORA USIAMO LA PLASTICA, È PERCHÉ NON SAPPIAMO PROGETTARE IL CIBO”

  2 Dicembre 2019  >   Accadeva a MFR · Curiosità · Eventi · Progetti · Protagonisti

Una chiacchierata a 360 gradi con Marti guixe’

Riportiamo la bella intervista di Cieloterradesign con Marti Guixe, designer spagnolo.

Da anni, Martí Guixé sperimenta progettando il cibo. E, sperimentando, anche attraverso i bellissimi libri sul food design editi daCorraini, esercita una funzione critica. Eppure, questo designer spagnolo, uno studio a Berlino e un altro a Barcellona, dove è nato nel 1964, spesso in Italia con i suoi progetti (l’ultimo in ordine di tempo risale all’estate scorsa, ala Galleria nazionale d’arte moderna) non ama per se stesso la definizione di critical designer.

Che cosa vuol dire oggi, per Martí Guixé, essere un critical designer, e perché non si ritiene tale?

Anche se sono stato inserito in un gruppo e ho partecipato a una mostra classificata come Critical Design al Z33, non mi sono mai definito un critical designer. L’unica cosa che faccio è cercare costantemente di ridefinire la posizione e il ruolo del design in un mondo in continuo cambiamento. Nel 1997 rinunciare a progettare sedie e lampade era segno di una posizione critica, perché in quel momento e in quel contesto – e ancora oggi, del resto – progettare sedie e lampade era il lasciapassare per farti considerare un progettista ‘normale e conservativo’. Già nel 1997 ho capito che il futuro del design stava nell’oggetto commestibile, in un oggetto di consumo massivo, quotidiano, che sparisce con la digestione trasformandosi in energia. Il cibo, che non è mai stato visto come un oggetto, veniva percepito già come tale. Mettendolo al centro del progetto di design, il cibo diventa ergonomico e viene riformattato per essere più contemporaneo e per adattarsi al nostro stile di vita e non al contrario. La mia posizione non era critica, era solo contemporanea e conseguente

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Mi hanno chiamato critical designer soltanto perché a un certo punto bastava non progettare sedie per essere considerati non convenzionali. Quando ho iniziato a mettere il cibo al centro del design, riformattandolo e rendendolo ergonomico, non ho fatto nessuna critica, ma assunto una posizione contemporanea e conseguente

Perché usa il cibo come strumento di indagine sociale?

La materia commestibile è interessante perché ha un’alta complessità da ogni punto di vista. Il mio interesse comincia nel 1995 e si consolida con la prima mostra nella Galleria H2o di Barcellona nel ’97, ormai ventidue anni fa. Negli anni Ottanta c’era molto interesse verso la Mass Production e il cibo tale è: produzione di massa, combinata con le nuove forme di vita che nascono a partire dall’arrivo prima del Pc e, dopo, di Internet. Questo crea nuove situazioni, una realtà alla quale il cibo tradizionale non si adatta. L’unione di design e cibo nel contesto delle nuove tecnologie degli anni Novanta è il mio punto di partenza per cominciare a lavorare su una serie di oggetti – che sono molto lontani dalla gastronomia e che anzi la negano – che sono forme artificiali di materia commestibile, quelli che io chiamo oggetti commestibili. Questi oggetti hanno anche la funzione di farci pensare e riflettere sulla nostra realtà e sulla tradizione, per esempio sulla ripetizione di atti banali, su quanto sia antiquato e obsoleto il mondo della gastronomia e i suoi rituali. Tutto ciò è implicito – in forma critica ma anche ottimista – nelle mie prime serie di food design, raccolte nei libri editi da Corraini, Food Designing. Ho sempre detto che non so cucinare e che non imparerò mai. Il progetto di design è un progetto del pensiero e non del fare, l’artigiano non ha niente a che fare con il designer, e perciò il cuoco non ha niente a che fare con il food designer. C’è sempre un laboratorio di cibo per bambini in cui ai più piccoli viene chiesto di fare qualcosa con le mani, per esempio un dolce semplice come yogurt con miele e noci, ma io credo che i bambini siano delle creature complesse e non vadano trattati in modo così elementare. Per esempio a Melbourne la mia proposta era quella di pensare il cibo e non di toccarlo. Pensare un progetto e solo dopo disegnare qualcosa che non esiste, che diventa un modello e che esisterà in futuro, è l’unica maniera di creare progresso per la società.

Il progetto di design è un progetto del pensiero e non del fare, l’artigiano non ha niente a che fare con il designer, e perciò il cuoco non ha niente a che fare con il food designer. Perché ai bambini si fanno realizzare piatti semplici come yogurt con miele? I bambini sono essere complessi, andrebbero fatti cimentare con cose alla loro altezza

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 Che rapporto c’è a suo parere tra le plastiche e il cibo?

La relazione tra la plastica e il Digital food, progetto per la mostra Food Revolution 5.0, è solo metaforica, la plastica è un elemento che può acquisire qualsiasi forma e avere proprietà diverse a seconda della tipologia chimica, cosa che si verifica anche nel Digital food. Digital food è un progetto che chiude questi vent’anni in cui ho lavorato concettualmente su come si possono legare il design e il cibo. E’ un progetto speculativo che si basa su una stampante 3D la cui tecnologia non esiste. Lavorando a livello molecolare, si costruiscono gli elementi architettonici – strutture, contenitori… – che permettono per esempio di contenere altri stati materiali come liquidi o gas con temperature diverse. La composizione è definita attraverso tre parametri: uno sono i sensi – cioè il gusto, che è ciò di cui si occupa la gastronomia, ovvero creare un sapore che si piacevole – il secondo sono gli ingredienti attivi (gli ingredienti nel cibo fanno misurare a breve termine ciò che ingerisci). Il terzo è la texture, la consistenza: cioè la forma e la misura. C’è una quarta funzione che è la più importante nel cibo: la nutrizione. Ma questa avviene in forma automatica e la persona non se ne deve occupare, si misura in parametri del corpo e un algoritmo mette i nutrienti e le vitamine necessari perché tu stia perfettamente in salute. Per me è un progetto molto interessante perché nega la gastronomia e l’agricoltura che sono le basi dell’alimentazione tradizionale. E negando l’agricoltura (con la quale si definisce l’economia e quindi il capitalismo) nega il modello economico della nostra società e apre le porte a una nuova via che ancora oggi è sconosciuta.

Negare la gastronomia e l’agricoltura, che sono le basi dell’alimentazione tradizionale, vuol dire negare il capitalismo e aprire le porte a una nuova via che ancora oggi è sconosciuta.

Se hai bisogno di un cucchiaio per mangiare, sei di fronte a un oggetto progettato male. Un buon oggetto commestibile non dovrebbe chiedere né posate né piatti, e dovrebbe avere lui stesso queste soluzioni in sé.

Nel 2015, a Barcellona realizza l’Ex Designer Project Bar, uno spazio i cui arredi, in PLA, sono stati interamente stampati in 3D. Come mai la scelta di sfruttare una tecnologia solitamente impiegata per la prototipazione rapida in piccola scala per realizzare un bar?

Grosso modo dal 2010 in studio usiamo stampanti 3D per i prototipi, la cosa interessante è che il 3D democratizza la manifattura industriale e perciò abbiamo scelto le stampanti più semplici ed economiche e più comuni in tutto il mondo. Pensavo di fare un esperimento in forma di progetto e di creare uno spazio nuovo nello studio, con la funzione di un bar, dove tutto è fatto da noi: pareti, soffitto, bicchieri, calici. Il 5 novembre sono passati quattro anni da quando abbiamo inziato e ancora non abbiamo finito, l’idea era di fare il bar e poi trasformare la stampante in macchina 3D per fare il cibo. La mia conclusione è che questa tecnologia non funziona. Il 3D è come il fax: sembrava una rivoluzione ma alla fine ha ritardato di dieci anni internet. Arriverà prima o poi una tecnologia migliore, ma ancora non esiste. La stampante 3D, soprattutto per il cibo, funziona solo come video di teaser in internet, e in realtà non ha senso.

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